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Federico Venco ucciso dall’ex di una donna che stava aiutando: il prezzo di essere altruisti oggi

La dinamica

Federico Venco, 36 anni, residente a Samarate, in provincia di Varese, è stato investito e ucciso dall’ex compagno di una donna che stava aiutando.

Nella notte tra sabato 1 e domenica 2 agosto 2026, Federico si è fermato lungo la strada per aiutare Valentina, una donna di 39 anni che si trovava in difficoltà dopo essersi fermata con la moto per recuperare il telefono che le era caduto. Non la conosceva. Ha visto una persona disorientata che sembrava avere bisogno di aiuto e si è offerto di farle strada con la propria moto.

Senza saperlo, Federico era appena entrato nella trama di una storia marcia, della quale ignorava completamente le dinamiche.

Valentina — la indicheremo così perché il servizio Rai menziona soltanto questo nome — aveva un appuntamento al bar con l’ex compagno, Mirko Bertellini: un cocainomane, violento e possessivo. Insomma, il classico personaggio che, guarda caso, non rimane quasi mai a secco di donne. È ormai un archetipo.

L’appuntamento avrebbe dovuto svolgersi in un bar, poiché, essendo un luogo pubblico, Valentina si sentiva più al sicuro, ma Bertellini a quel bar non c’era mai andato. In realtà si era appostato proprio lungo quelle curve che Valentina stava percorrendo per raggiungerlo. Posso soltanto immaginare ciò che stesse accadendo nella sua testa: probabilmente voleva coglierla sul fattaccio, dare consistenza a qualcosa che aveva già costruito dentro di sé. È un’ipotesi, naturalmente, non un fatto accertato, ma sono piuttosto convinto che possa essere andata così: quando Mirko ha visto Valentina arrivare insieme a Federico, ha dato corpo, materia, volto e scena alla propria fantasia paranoide.

Individui del genere si sentono traditi, umiliati, spodestati; entrano in un circuito paranoide e ossessivo nel quale le fantasie di gelosia prendono forma fino a mescolarsi con la realtà. Si infognano così in un loop di paura, umiliazione e pulsione di morte, nel quale la violenza diventa l’unica via per riacquisire potere e risalire la china.

Federico, in quel momento, era diventato l’antagonista immaginario che Bertellini si stava già figurando nella propria fantasia malata. Non un tizio qualunque che stava offrendo aiuto, ma il rivale in “amore” sul quale proiettare tutto ciò che la sua paranoia aveva già prodotto. Questi macachi come Mirko non fanno in tempo a riflettere sui possibili scenari o a formulare ipotesi. Vivono in un flusso univoco e disordinato di autoconferme e idee alienate. Sono incapaci di metapensiero: non pensano perché pensano certi pensieri, ma vivono in un continuum mentale che non riescono a processare né a rivedere.

Purtroppo, Federico è rimasto vittima della discesa verso la follia di una tipologia di uomo insignificante che troppe donne scambiano per un uomo potente, lasciandosi attrarre non soltanto nonostante la sua aggressività, ma anche attraverso di essa. Che questa aggressività venga fraintesa, reinterpretata o romanticizzata importa fino a un certo punto. Le sfumature possono essere molte, ma essa rimane spesso una componente decisiva del valore percepito dell’uomo.

Bertellini ha speronato con l’automobile la moto di Federico. L’impatto lo ha scaraventato in una scarpata, uccidendolo brutalmente. È stata la stessa donna a dire alla Rai che l’impatto tra le lamiere ha prodotto un rumore assordante.

Subito dopo, per completare l’opera, l’uomo avrebbe aggredito anche l’ex compagna, afferrandola e scaraventandola a terra con una violenza tale da romperle il casco. Probabilmente proprio quel casco le ha salvato la vita: senza quella protezione, avrebbe potuto spaccarle la testa.

A quanto pare, un automobilista di passaggio è intervenuto salvando Valentina dalla furia dell’ex partner. Per Federico, invece, non c’è stato nulla da fare: i soccorritori lo hanno individuato e hanno tentato di rianimarlo per circa cinque minuti prima di dover interrompere le manovre e coprire il corpo con un telo.

Attrazione e razionalizzazione

Naturalmente, non possiamo ricostruire dall’esterno ogni passaggio della relazione tra queste due persone. Ma abbiamo alcuni elementi. Valentina sapeva che l’uomo beveva parecchio e faceva uso di sostanze. Aveva vissuto in prima persona la sua violenza: durante la loro breve relazione di tre mesi, Bertellini l’aveva picchiata e le aveva distrutto il faro della moto con una mazza da baseball. A seguito di questo episodio — nel quale erano intervenuti i Carabinieri anche senza una sua formale denuncia — Valentina gli aveva comunicato che la loro storia era definitivamente finita.

Valentina ha parlato alla Rai del rimorso e del senso di colpa che prova, dicendo di sentirsi in parte responsabile per la morte di Federico. In questo caso ha effettivamente, almeno in parte, ragione nel pensarlo. Sono lieto che si sia salvata e che non sia finita anch’essa vittima della furia omicida del cocainomane, ma dire che certe scelte non producano effetti a cascata, seppure casuali e talvolta imprevisti, è ingenuo.

Come ho già detto, alcune donne sono attratte non malgrado i tratti violenti di certi uomini, ma anche attraverso di essi. Aggressività, trasgressione, pericolosità, capacità di intimidire e caos emotivo possono essere interpretate come forza, potenza, intensità e superiorità rispetto all’uomo medio. Il rischio non è sempre invisibile: talvolta costituisce una parte del valore percepito. (Uomo pericoloso = uomo attraente. Questa equazione è più diffusa di ciò che si pensi.)

Poi interviene la razionalizzazione: «Con me è diverso», «io so gestirlo», «gli altri non lo capiscono», «è violento soltanto quando viene provocato». La donna non desidera necessariamente essere vittima, ma può desiderare il pacchetto psicologico dal quale la violenza emerge, immaginando di poterne separare i benefici dai costi.

Qui si trova l’errore strutturale: volere il predatore e pretendere che disattivi la predazione all’interno della relazione.

Il costo sui terzi

La classica narrazione dei canali canonici di informazione si focalizza sulla sacralizzazione della vittima come figura inconsapevole, colpita di sorpresa. Ignora o cancella retroattivamente l’intera fase di selezione, tolleranza e legittimazione. Rimane soltanto l’ultimo frame: l’uomo aggressore e la donna vittima. Quel frame può essere vero, ma è causalmente incompleto. Mostra l’esplosione e nasconde il processo che l’ha preceduta.

Il problema più grave si presenta quando il costo di queste dinamiche viene trasferito a terzi. Un estraneo soccorre, un amico interviene, un padre accorre, un nuovo compagno entra nella scena e finisce esposto alla violenza di un uomo che non avrebbe mai scelto di frequentare nella propria esistenza. A quel punto non siamo più soltanto davanti a una preferenza relazionale disfunzionale: siamo davanti a una scelta capace di produrre rischio anche per altri soggetti.

Non è il primo caso e non sarà l’ultimo. Ve ne elenco alcuni.

Il 29 maggio 2026, a Porcia, in provincia di Pordenone, Marius Adrian Dorobantu, 59 anni, è accorso dopo essere stato chiamato dalla figlia, che si era barricata in casa con i figli piccoli dopo essere stata aggredita dall’ex compagno. Quando è arrivato per difendere lei e i bambini, è stato ucciso in strada a colpi di bottiglie e pietre.

Nel gennaio 2025, a Catania, Giuseppe Francesco Castiglione, 21 anni, è stato ucciso a colpi di pistola dall’ex compagno della sua fidanzata. L’uomo ha sparato al giovane dopo un confronto legato alla nuova relazione e alla gestione del figlio avuto con la donna. Anche qui un conflitto generato altrove si è scaricato sul nuovo compagno, trasformato nella mente dell’aggressore in rivale e ostacolo.

Questi sono esempi di come le scelte sbagliate possano estendere i loro effetti oltre il raggio d’azione della propria vita e di come le dinamiche possessive e persecutorie non esauriscano necessariamente i propri effetti soltanto all’interno della coppia. Possono propagarsi e colpire genitori, amici, soccorritori, nuovi compagni e perfetti estranei.

La responsabilità materiale dell’atto rimane interamente di chi aggredisce. Ma questo non rende irrilevanti le scelte, le omissioni e le tolleranze che hanno costruito e mantenuto l’ecosistema intorno a lui. Eliminare preventivamente questa dimensione dall’analisi è una classica scelta moralistica: si difende una rappresentazione moralmente ordinata della vicenda sacrificando la comprensione dei suoi nessi causali. Le donne in questione hanno optato per scelte dannose per sé e per gli altri.

Essere Federico

Attenzione, dunque, a essere Federico oggi.

Non lo dico perché sia un egoista. Anzi, sono sempre stato altruista e mi sono assunto più volte rischi che avrei potuto evitare. Lo dico quindi con cognizione di causa, prima che arrivi qualche ratto a pronunciare sentenze morali pur non essendosi mai trovato in una situazione realmente pericolosa e senza avere mai rischiato qualcosa per gli altri, come invece alcuni di noi hanno fatto.

Proprio questa esperienza, però, mi rende consapevole del problema. Essere un uomo come “Federico” oggi è un problema perché significa assumersi un rischio che non hai creato, per persone delle quali non conosci la storia, all’interno di dinamiche che ti vengono presentate in forma inevitabilmente incompleta. Certo, lui non avrebbe mai lontanamente immaginato un esito di questo tipo e, razionalmente, nessuno di noi avrebbe potuto. Ma occorre, al giorno d’oggi, avere più di qualche dubbio prima di agire senza riuscire a leggere nel contesto tutte le informazioni.

L’imprevedibilità del contesto

È automatico per un uomo disponibile all’aiuto entrare in scena disponendo di un’informazione minima: vede una donna in difficoltà, percepisce una richiesta implicita o esplicita e reagisce secondo un codice antico — protezione, intervento, responsabilità. Ma quel codice funziona male negli ambienti moderni ad alta imprevedibilità.

Federico vede una sconosciuta da aiutare.

Non conosce certo l’ex possessivo, la storia pregressa, le eventuali minacce, le triangolazioni, il livello reale del pericolo.

Essere Federico significa questo: avere buone intenzioni senza possedere alcun controllo sul contesto.

Le buone intenzioni non annullano il rischio. Talvolta lo aumentano, perché ti spingono ad avvicinarti proprio là dove una persona più fredda e prudente si fermerebbe prima a valutare.

Ciò di cui è difficile capacitarsi è che Federico è una vittima che non ha mai conosciuto neppure il motivo per il quale è morto. È stato ucciso dentro una storia che non era la sua e della quale non sapeva nulla. È questo l’aspetto più assurdo, vergognoso e terribile dell’intera vicenda.

Etica e controllo

La realtà nella quale viviamo ci impone, sempre più spesso, di agire quasi come cyborg: mantenere attiva l’etica, ma sottoporla a un controllo razionale immediato. Naturalmente esistono situazioni limite nelle quali è quasi impossibile farlo e talvolta la velocità d’azione è cruciale. Se vedi un bambino in difficoltà o assisti a qualcosa di estremamente grave, la tua coscienza può impedirti di rimanere fermo; e posso comprendere la scelta di intervenire anche accettando rapidamente tutti i rischi del caso.

Ma quando la situazione è ambigua e non riusciamo a interpretarne le dinamiche, quando abbiamo qualche secondo in più per pensare e valutare, dobbiamo compiere almeno un passaggio mentale in più. Non necessariamente per comprendere tutto — spesso è impossibile — ma almeno per attivare un allarme nel nostro sistema di pensiero e riconoscere che, in quel momento, potremmo non avere informazioni sufficienti per intervenire direttamente.

Fonti

Vicenda di Federico Venco

Episodi richiamati o consultati