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Federico Vella: un viaggio ipotetico nella mente dell’uomo che ha gettato l’ex compagna Lorena Isceri nel vuoto

Il 3 settembre 2026 Lorena Isceri, 45 anni, viene sequestrata dall’ex compagno Federico Vella, 36. Lui la attende nel garage della sua abitazione a Firenze, la immobilizza, la chiude nel bagagliaio dell’auto e parte. Lorena riesce però a trovare un telefono e a chiamare il 112. Vella raggiunge poi il viadotto Lora, sull’A1 Panoramica, nei pressi di Barberino del Mugello, dove la donna viene gettata nel vuoto. Quando la Polizia arriva sul posto tenta di convincerlo a desistere dal suicidio, ma dopo una lunga trattativa si lancia dal viadotto.

Dopo aver gettato Lorena nel vuoto, e prima di lanciarsi a sua volta, Federico Vella fa qualcosa che mi colpisce e che trovo indicativo della sua personalità. Nel pieno di una situazione ormai irreversibile trova comunque la voglia e il tempo per creare una storia su Instagram, con tanto di testo ben formattato. Aveva scritto: «Il silenzio dopo un litigio non è punizione. Non è abbandono. Non è indifferenza. Ti voglio abbastanza bene da non parlarti quando potrei ferirti». Sopra quelle parole compariva, in stampatello, il congedo finale «Addio a tutti». Roba da non credere, eppure, per alcuni soggetti, un comportamento del genere ha senso.

La storia Instagram pubblicata da Federico Vella con il messaggio “Addio a tutti”

Perché Instagram può sovrapporsi alla vita che racconta fino a formare un continuum indistinguibile: il confine tra narrazione dei fatti ed esposizione dei social si fa sfumato. Non si distingue più dove termini la rappresentazione e cominci la vita reale, e ci si racconta sempre, anche nella tragedia.

Soggetti come Federico sembrano vivere continuamente dentro una versione raccontata di loro stessi. Una versione non realmente conosciuta, costruita intorno al personaggio che si sono fatti di sé e al modo in cui quel personaggio può essere presentato agli altri. Gli altri, in questo schema, non sono neppure necessariamente importanti in quanto persone. Lo diventano perché rappresentano il benchmark attraverso cui il soggetto definisce se stesso, il metro esterno con cui continua a misurare la propria identità costruita.

Anche nel momento in cui tutto è ormai a pezzi, Federico continua a guardarsi dall’esterno, a costruire la scena di sé stesso come martire, a raccontare il personaggio al mondo dei social.

Rendere plateale il gesto è un ultimo tentativo di riappropriarsi del racconto di sé: diventare martire della propria storia attraverso una “storia” su Instagram; trasformare ciò che si è fatto in una tragedia di cui continuare a essere narratore protagonista; ricostruire un’ultima versione di sé attraverso cui farsi vedere e, paradossalmente, ridare coerenza al profilo Instagram, rappresentazione parallela della propria vita fino in fondo. È come se la sua mente, nel totale caos, avesse messo in atto un tentativo disperato e mal elaborato di gestire la realtà, destinato a fallire nella pretesa di ricomporre, attraverso il racconto, ciò che il gesto ha distrutto.

Durante il tragitto, Lorena era persino riuscita a raggiungere il telefono rimasto nella borsa e a chiamare il 112, permettendo alle forze dell’ordine di localizzare il veicolo. Vella se ne sarebbe accorto e le avrebbe sottratto il telefono. Non è però quella chiamata a essere il trigger dell’omicidio. L’agguato, le fascette e il telo predisposti nell’auto, oltre ai sopralluoghi sul viadotto, indicano però una precisa pianificazione che precedeva quell’istante. La vendetta personale e la rappresentazione di sé come martire erano dunque già parte della scena che Vella stava costruendo nelle sue fantasie. Lo suggerisce anche il messaggio «Sei perfida», inviato alla madre di Lorena dopo che non aveva risposto alle sue chiamate, prima di comunicarle: «Tua figlia è morta». Si tratta, infine, di un meccanismo di proiezione: attribuire all’altro la perfidia dei pensieri e delle azioni che si sono concepiti e realizzati. E non solo: nella sua logica, Vella avrà pensato che tutto quello che stava facendo fosse la naturale e nefasta conseguenza di quella perfidia.

Ma poi arriva lo scontro frontale con la realtà. Con l’uccisione di Lorena, la distanza tra ciò che Federico pensa di essere e ciò che ha fatto è diventata, però, per lui, impossibile da colmare. Ormai ha superato una soglia critica. La sua immagine di sé non riesce più a contenere l’accaduto e lo spazio interiore che dovrebbe sostenerne il peso sembra frantumarsi in mille pezzi. Il dado è tratto: il danno è ormai irreversibile.

Il quadro diventa ancora più assurdo se, come sembra emergere, sarebbe stato proprio lui a tradire Lorena, mentre lei avrebbe deciso di lasciarlo dopo averlo scoperto.

Lui compie un’azione, lei reagisce a quell’azione e prende una decisione. La sequenza dovrebbe seguire questo ordine: azione, conseguenza, assunzione di responsabilità. Persino donne e uomini fedifraghi cercano, in qualche modo, il perdono accettando l’errore e le sue conseguenze.

La decisione di lei, per Federico, è diversa: viene vissuta come qualcosa che subisce ingiustamente. Il tradimento, semplicemente, sparisce dall’equazione. Federico non riesce a fare quello step mentale e a collegare la perdita alle proprie azioni: resta soltanto una conseguenza vissuta come una ferita sanguinante causata da lei. La responsabilità non è contemplata. Non sono più io ad avere causato una situazione attraverso una mia scelta: sei tu che mi stai facendo qualcosa.

Lui può tradire, ma lei non può rispondere andandosene. Può essere infranto il legame, purché l’altra persona continui a restarci dentro.

Federico ha agito senza considerare davvero le conseguenze delle proprie azioni sulla volontà di Lorena. Sapeva perfettamente che il tradimento fosse inaccettabile per lei e si è comportato comunque come se il suo posto nella relazione fosse garantito. Uomini così sono abituati a relazioni con donne meno strutturate, che subiscono senza reagire; Lorena, anche per la sua esperienza, non era invece disposta a scendere a compromessi. Il rifiuto di Lorena poteva produrre rabbia, scene, sofferenza, ma mai l’unica conseguenza davvero inaccettabile: una decisione capace di sottrarsi al suo controllo. Quando invece Lorena se ne va, il suo no gli arriva come qualcosa di estraneo a ciò che lui ha fatto: non la conseguenza delle proprie azioni, ma un torto, un’ingiustizia, un affronto, quasi un tradimento subito.

Questa inversione della causalità può prendere forma in personalità abituate ad avere, a chiedere al mondo e a ottenere. Il proprio desiderio tende a essere percepito come qualcosa che dovrebbe trovare soddisfazione al di sopra di tutto e di tutti. Si vuole una persona, un riconoscimento, un certo tipo di immagine, un certo ruolo, e si finisce per vivere la mancata concessione di ciò che si desidera come un torto subito. La propria libertà di agire viene data per scontata; quella dell’altro di rispondere spezza una realtà che si pretendeva costruita intorno alla propria rappresentazione.

L’esistenza dell’altro come soggetto e non come elemento della propria narrazione costituisce precisamente il limite che alcune strutture psichiche sembrano incapaci di assimilare.

Rabbia, vergogna e frustrazione possono essere vissute da questi soggetti come prove immediate di un torto subito. Il fatto di soffrire sembra già dimostrare che qualcuno li abbia danneggiati, cancellando dalla loro lettura il contributo delle proprie azioni e aspettative. Detta in maniera brutale: se Lorena mi fa stare così, allora è Lorena ad aver creato il problema.

A guardarlo, l’aspetto di Federico potrebbe far pensare che un uomo del genere sia immune da fragilità interiori. Ma è qui che voglio fare un paragone con il fitness influencer morto di recente, Connor Murphy, figura apparentemente lontana da Federico Vella. Murphy è diventato celebre costruendo la propria identità pubblica intorno a un corpo eccezionalmente sviluppato, a un’estetica invidiabile e alla capacità di ottenere attenzione proprio attraverso quella fisicità. Erano famosi i video in cui, per strada, le ragazze si fermavano e sbavavano intorno ai suoi muscoli circa dieci anni fa. Il bodybuilding fu una parte centrale della trasformazione attraverso cui passò da una condizione di insicurezza e isolamento a una figura capace di attirare milioni di persone online. O, per lo meno, è ciò che si raccontò — o che ci fece credere. Negli anni successivi, però, la sua stessa figura pubblica mostrò quanto una trasformazione fisica radicale non coincida necessariamente con un’identità altrettanto solida.

L’allenamento fisico è importante. Può aumentare disciplina, salute, presenza, autostima e sicurezza. Ha perfettamente senso quando diventa qualcosa che fa stare meglio nel corpo e nella testa, cioè quando si aggiunge a una struttura interna che cresce insieme al corpo. In alcuni soggetti, però, può diventare compensazione. Una compensazione fragile.

Il corpo viene costruito come un esoscheletro a protezione delle proprie fragilità. Ma se quella trasformazione sostituisce il lavoro sulla struttura interna invece di affiancarlo, il problema non svanisce.

La vita di Connor Murphy rende visibile il paradosso. Era arrivato a un’estetica che moltissimi uomini avrebbero considerato l’apice assoluto. Aveva un fisico eccezionale, visibilità, status online, attenzione femminile, milioni di visualizzazioni. Eppure la sua debacle successiva mostra quanto nessuno di questi elementi garantisca automaticamente una sicurezza interna all’altezza dell’immagine esterna. Negli anni il suo contenuto si spostò dal fitness verso forme di spiritualità estrema, digiuni prolungati, esperienze psichedeliche e comportamenti sempre più fuori controllo, fino a una profonda crisi personale e al triste delirio finale che lo ha portato alla morte.

Si può costruire un corpo impressionante senza costruire un’identità altrettanto solida, ricevere desiderio senza sentirsi desiderabili, ottenere status senza acquisire una sicurezza reale. Si può perfino diventare esternamente ciò che si era sempre immaginato e scoprire che la parte di sé che avrebbe dovuto sentirsi finalmente al sicuro è rimasta esattamente dov’era.

In Federico ciò che colpisce non è soltanto ciò che perde, ma quella che sembra essere l’incapacità di concepire la perdita come qualcosa che possa essere attraversato senza distruggere l’intera immagine di sé.

In una psiche più solida, la ferita produce dolore, rabbia, umiliazione, magari anche una crisi profonda, ma l’identità sopravvive. Esiste ancora un soggetto capace di riconoscere di aver sbagliato, di aver perso qualcosa, di non essere più voluto da quella persona e di dover continuare a esistere dentro una realtà che non coincide con ciò che desiderava.

Quando invece l’identità è stata costruita soprattutto come rappresentazione, la perdita può diventare un crollo totale. La persona inserita nella propria narrazione ne esce, decide autonomamente e restituisce al soggetto un’immagine di sé che non coincide più con quella che aveva costruito.

La frattura può spingersi oltre la semplice impossibilità di correggere la realtà: non si riesce più a immaginare una propria esistenza dentro quella realtà.

La distruzione dell’altro e la distruzione di sé finiscono così per appartenere alla stessa materia.

Federico era seguito da uno psichiatra da quindici anni, e lo stesso psichiatra si è detto sbalordito dal suo gesto, preferendo restare anonimo nelle dichiarazioni rilasciate ai media. Non dico che uno psichiatra possa fare miracoli, ma mi sovviene il dubbio che, a volte, gran parte della terapia finisca semplicemente per drenare risorse da persone senza arrivare mai a reali soluzioni.

Detto questo, la considerazione finale resta un’altra: quanto sia importante lavorare internamente. Un altro uomo avrebbe potuto accettare le conseguenze della propria azione, o sarebbe potuto ripartire da lì. In Federico questo non è accaduto. Eppure aveva ancora possibilità, e questo porta a pensare che fosse abituato a ottenere dal mondo validazione.

Ma la validazione non è nulla se non si costruisce un mondo interno fatto di principi. Senza quello, resta una struttura fragile, tipica di personalità che hanno bisogno continuo di conferme: è come bere senza mai dissetarsi. Ogni conferma offre soltanto un sollievo momentaneo, costringendo a cercarne subito un’altra. E quando quella fonte si esaurisce, il vuoto ritorna con tutta la sua forza, fino alla follia che si porta via tutto.