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BRUNO EPIFANI |
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PREMESSA |
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Prima ancora di dare spazio ai tanti poeti che ci auguriamo di ospitare nel nostro sito, ci sembra doveroso ascoltare e diffondere la voce di un uomo per il quale la poesia era essenza di vita e che ora, scomparso, parla a i nostri cuori e alla nostra mente con il suo più autentico linguaggio.
Non è soltanto una manifestazione di affetto verso chi abbiamo conosciuto da molto vicino, ma è un segno di riconoscenza verso chi ci ha lasciato in eredità un patrimonio culturale che merita di essere conosciuto. Noi ci impegniamo a diffondere la sua poesia così come avrebbe fatto lo stesso autore se ne avesse avuto la possibilità. |
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L’AUTORE |
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BRUNO EPIFANI è nato a Novoli (Le) nel 1936 ed è proprio qui, in un piccolissimo centro di provincia, che ha cominciato ad operare impegnandosi ad organizzare attività culturali.
Si è sempre interessato di letteratura contemporanea, laureandosi con una tesi su Tommaso Fiore. Ottimo educatore con ragazzi problematici, nel 1975 è andato a insegnare in Egitto e nel 1978 in Spagna, forse seguendo le orme, l’ansia e la magia del nonno venditore di cavalli arabi, ma è ritornato nel Salento da cui traeva l’ispirazione e nel quale si sentiva profondamente radicato.
Autore di volumi editi: Epistolario Salentino ( Ed. L’Orsa Maggiore, Lecce 1967 ) e di Una terra d’origine ( Ed. Quaderni del Pensionante, Lecce 1985 ) e di inediti dell’ultima stagione, ha prodotto soprattutto poesia, inseguendo e abbozzando un romanzo, possibili saggi…
E’ morto, strapieno di voglia di fare, nel novembre 1984. |
LA CRITICA
BRUNO EPIFANI, ESILIO E RITORNO di Ennio Bonea
Tratto dall’introduzione di “ Una terra d’origine “
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La poesia di Epifani trova la sua base d'appoggio ideologica nel passato storico e sociale che, nelle generazioni succedutesi nei tempi attraverso vicende anche catastrofiche, vedi il sovrapporsi dei greci ai messapi, dei romani ai greci, e così via, diventa tessuto mentale e psichico, taglio antropologico.
Il passato dunque è il presupposto, il mezzo attraverso cui esso riaffiora nella mente del poeta è la memoria; sarebbe tuttavia errato servirsi della definizione di memorialistica per trovare una chiave di interpretazione di questa poesia.
Non c'è descrittivismo paesistico, se non per aggettivi coloristici come calcinato, ricorrente in molte liriche, come a fissare un connotato non solo di veduta esterna, ma anche dell'uomo che si aggira e vive nelle case, equivalente ad incorrotto ed intonso, riferiti a sangue e cuore dei sopravvissuti, cioè i salentini che dalla storia sono sempre portati a prove estreme: case, paesi, terra, piante, animali e uomini in unica sintesi.
Quel che di originale emerge nella poesia di Epifani, è l'aver compattato la terra salentina, nella sua originaria caratterizzazione, alla magnagrecia:
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Qui
Pitagora dedusse il numero
principio e fine
d'ogni congiunzione di pensieri,
di fede
e musica
di navigati mappamondi
dove il poeta «vede» un solo mare:
l’Jonio, il mare della magnagrecia
anche quando i paesi del Salento si chiamino Otranto e Castro, egli svaria
sulle rotte di Odisseo luminoso
quando il canto si sostanzia dell'amore sensuale e corposo, nelle ultime liriche della raccolta, si realizza il processo di identificazione donna terra mare:
Sul tuo mutamento
la mia vita trascorre
E ha il tuo nome la Puglia
La tua voce lo Jonio
E la paura acerba di vederti partire.
Il tempo poetico di Epifani annulla il trascorso cronologico, cioè il tempo storico; egli riduce tutto il passato al presente, come rivolge in realtà, anche in realtà simbolica rifuggendo del tutto dalla metafora, il mito: gli antichi Normanni, gli assedianti Saraceni, le galere dei Turchi, il Sultano, il mito d'Enea e la favola di don Chisciotte, non sono artifizi di immaginazione o sprazzi di vicende storiche e di fantasie epiche, ma simboli di una realtà in essere sofferta da lui stesso, uno dei tanti costretti a subire la condanna all'esilio dalla patria:
Non crediate che sia per turismo
distaccarci da questi paesi
indolenti rudi bianchi di calce
.............
Paesi dimenticati dal mondo del lavoro
che lo fa prorompere in accenti scotellariani di rampogna sociale:
Voi che sedete su scanni di velluto
calpestate questa terra ricca
delle nostre fatiche quotidiane;
lui che, dopo essere approdato, sempre esule, alla terra di don Chisciotte, amaramente, al
rientro, rimugina tra sè
e per sopravvivere
questo solo mi resta-
combatto i Mulini
tra le ortiche
e i limoni.
Il motivo dominante della raccolta è l'esilio compiuto, superato dal ritorno, un esilio che non è stato fuga, pulsione comune di tanti meridionali e ansia di poeti come Gatto, Quasimodo, Bodini, dei quali risuona la presenza, specie dell'ultimo nella cui poesia si confrontano l'odio e l'amore per la terra natale, ma condanna subita che accentua la devozione filiale e non consente la minima concessione al risentimento di esservi nato:
Se oltre questo mare
un'altra casa
un'altra terra
chiamano
la mia sorte è partire
per non morire solo
come la cicala
appena è Autunno
…il legame che stringe il giovane poeta al più anziano, anche lui, e tanti anni prima, scomparso, non è solo dovuto al sortilegio dei luoghi, ma soprattutto all'assorbimento della lezione, all'appropriazione spirituale del mondo culturale ed ideale, all'ambizione di percorrere lo stesso percorso stilistico se non quello formale della versificazione, in Epifani assolutamente autonomo … una legittimazione per l'inserimento di Epifani in quella ipotetica «linea salentina» di cui Bodini è certamente il capofila, senza diminuzione alcuna per la valenza del tono, in assurde ma tuttavia ricorrenti graduatorie, in campo nazionale.
Bruno Epifani aveva coscienza di un suo tirocinio poetico che curava con estrema serietà di ricerca e di impegno; ma, come gli ingegni lucidi e preveggenti, avvertiva il presagio dell' irreparabile, se riuscì a scrivere:
Non costruitemi una tomba senza nome
con una croce da portare dopo morto
lo voglio essere l'albero della vigna
e il seme
che scoppia nella terra
Voglio essere la luce
e l'ombra della sera.
Questa raccolta è il segno, chi sa se avvertito, ora, da lui, che egli è, insieme, albero e seme, luce ed ombra.
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L'OPERA
Da “ Epistolario salentino “ |
Forse è il vento del Sud
lieve di scirocco
che mi porta
la tua voce
ed io non so
se piena d’amore
o di lusinghe
come un gesto
che rompe il silenzio
durato fin troppe stagioni
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La terra vuole riscatti
Come una bara
morte e canti
Gli uomini di pura razza
- e questi lo sono in petto
con il forte orgoglio ferito -
muoiono qui
al sole del Sud
Perché hanno fede |

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Ho udito parole
di cicale
rompersi
contro le pietre
Ho spremuto
Il verde del grano
tra le mie dita
che hanno sempre cercato
e sempre cercano
perché è tanto duro resistere quaggiù
Resistere.
al dolore di questa terra
che pure ha sangue
e cuore profondo
se aiuta a vivere
un poco.
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Il corvo
va e viene
Tra il rosone
del campanile
E l’orto
dei limoni |

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| Da “ IL canto della rosa “ |
Sopra i tetti delle case
è scivolata la luna
Io guardo da tante sere
quella tua finestra
serrata al balcone
e fiuto nell’aria
come il corvo
le prossime ore dell’Autunno
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Forse l’ansia di vederti
e chiudere le mani sui tuoi seni
oppure l’idea
di scoprire in te
la luce dell’amore
che mi ha lasciato sulla bocca
m’ha fatto rompere gli ormeggi
e diventare l’uomo
della tua onda
Dacché con mani di rostro
ho schiuso la rosa
che m’ha portato al tuo
impossibile Amore
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| Da “ Una terra d’origine “ |
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Come le pietre ai muri segnate
e capre
e lumache d’argilla
saremo anche noi
calcolo esatto di anni
e di morte che svaria
sulla fronte dei giorni
Dagli approdi partiremo separati,
schiavi
di questa terra innocente
e di un cuore
Forse allora
il grido dalle vene
o forse l’Jonio antico
custodirà la voce
nel vento fatta
terra e preghiera..
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Scancellerà la morte
ogni nostra memoria
dal cuore della pietra distesa
E il soffio vano sarà
il nostro orgoglio d’uomini,
l’odore sensitivo d’antico animale
con l a poca pietà rimasta
- troppe volte calpestata
alle lusinghe del giorno -.
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E’ un predone di mare
questo assiduo trascorrere dell’anima
Bruni corvi d’aria
dagli approdi
impietosi allacciarono
i molti sogni nocchieri
di questi sensi rotti
- Vigile ai cangiamenti
aspetto il pesce-spada
al passo
con tutto il mio sangue aperto
alle risse dei giorni -.
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Dal cuore
migrano i sogni intonsi
verso il sud degli anni
- Estate autunno inverno
primavera
senza ritorni possibili -.
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| Fotografie di Marcello Passeri |
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