Premessa.
L’estate
siamo soliti, mia moglie ed io, incontrarci con alcune
coppie di amici nella nostra mini pista da ballo in
campagna per allenarci nei passi appresi nei vari
stage e corsi di tango, frequentati durante i mesi
precedenti.
Dal momento che proveniamo tutti dal liscio o dai
balli dell’America latina e conosciamo molte
coppie che frequentano le balere, spesso le invitavamo
nel tentativo di “convertirle “ al tango.
Ora non più: abbiamo scoperto che tale conversione
è molto spesso un processo personale che si
sviluppa autonomamente.
Erano e sono bravi ballerini di fox, valzer e tango
da sala, ex “compagni di merenghe“, samba,
rumba.
Per il nostro tango argentino preferiamo lo stile
dove è fondamentale l’abbraccio: braccia
al collo, alla vita, coi messaggi veicolati soprattutto
attraverso i movimenti della spalla, stretti dalla
cintola in su, le gambe libere di muoversi.
Caratteristica delle milonghe, dove si balla il tango
argentino, è non solo lo scambio dei partner
ma proprio la ricerca della ballerina sconosciuta
da parte del ballerino: una sorta di sfida con se
stessi, un verificare le proprie capacità di
inviare messaggi corretti. Certamente anche per nuovi
contatti nella breve simulazione del rapporto uomo-donna,
propria di tutti i balli di coppia, quando la coppia
non è fissa.
La sera in cui erano presenti al nostro training gli
amici invitati, l’incontro ovviamente diventava
una “dimostrazione“, quasi una “lezione”,
scandita dai seguenti tempi.
Primo tempo. Gli ospiti ci guardano mentre ci alleniamo
e finiamo ovviamente per esibirci, scambiandoci i
partner, ed ecco lustrade: lei che strofina
la caviglia sulla gamba di lui, tocco di erotismo
( e giacché…ci si lucida , lustra?, le
scarpe ); ganci: gambe che si aggrappano
a gambe; enganche alte: gambe in alto che
accarezzano il fianco dell’uomo e gonne che
scivolano fino a mezza coscia. La coppia invitata
assiste e segue con espressione apparentemente neutra,
indecifrabile. Certamente non è del tutto nuovo
ciò che vedono, la TV mostra spesso ballerini
di tango, quello con lo stile aperto, che appare più
spettacolare. Secondo tempo. Ai due che si accingono
a ballare insieme per apprendere i primi passi diciamo
subito che è necessario trasmettere e comprendere
il messaggio e che perciò, una volta spiegato
e mostrato sia il passo che il movimento del corpo
che lo trasmette, l’ospite maschio ballerà
con una ballerina del nostro gruppo e la sua compagna
con uno dei ballerini. Ben presto i due sono avvolti,
stretti da braccia diverse da quelle del proprio marito
o moglie: guancia-guancia o guancia-fronte. I sudori
della sera estiva si mescolano, ma i due ubbidiscono,
le loro espressioni continuano ad essere neutre, indecifrabili.
Scopriamo il senso di quelle espressioni la volta
successiva… quando non si presentano, e all’invito
ripetuto chiaramente oppongono rifiuti, adducendo
scuse banali. Ci è successo più di una
volta. Ci è capitato pure di ascoltare frasi
e parole inequivocabili: “licenzioso”,
“scandaloso”, “io… mia moglie
con altri…”
A qualcuno di noi è venuta in mente quella
che pare invece sia una leggenda sull’accettazione
del tango nella buona società, problema discusso
delle origini: il rifiuto appunto in quanto giudicato
un ballo di coppia scandaloso ( cfr nota 1 in fondo
). Abbiamo scartato tale ipotesi. Anche perché
nelle milonghe si vedono spesso coppie fisse, il cui
scopo principale è chiaramente quello di esibirsi;
avevamo notato pure una certa chiusura riconducibile
alle incertezze del ballerino, timoroso di subire
confronti, ma anche alla gelosia, al rifiuto di cedere
ad altri la propria compagna sia pure nella simulazione
del tango. Dunque eravamo convinti che alcuni più
che sentire realmente il fascino del tango ne erano
attratti superficialmente.
E almeno io cominciavo a chiedermi: il tango è
trasgressivo? Sono gli altri – come la nostra
esperienza dimostrerebbe – a vedere il tango
come un ballo trasgressivo? O, se è realmente
trasgressivo ( e bisognerebbe definire tale concetto
), gli appassionati del tango amano “inconsciamente”
la trasgressione? Oppure sono altri i fattori che
danno a questo ballo una particolare forza di attrazione?
Alla fine è sorta una esigenza. Non essendo
uno storico, tanto meno un musicista, forse un mediocre
ballerino, frequentatore di milonghe, essendo però
uno psicologo, in pensione, per approfondire il tango,
mi sono detto, voglio conoscere chi lo balla, maschi
e femmine, e sapere perché subiscono il fascino
del tango.
Perché
questa indagine sarebbe semiseria? Ma è ovvio:
sono in pensione. Tutto mi concedo. Interromperla,
se mi pare. Accarezzare ipotesi che mi solleticano.
Si sa che un ricercatore serio dovrebbe avere un approccio
neutro. Anzi mirare a falsificare la sua stessa ipotesi,
lo sa chi legge di scienza e di filosofia. Ma si sa
pure che ciò accade di rado e che anzi le indagini
risentono dell’effetto da aspettativa,
che condizionerebbe gli stessi scienziati.
Mi piacerebbe per esempio che tutti gli studiosi fossero
d’accordo sull’origine latina della parola:
tango, dal verbo tangere, toccare, toccarsi, toccare
il corpo dell’altro. Ma non è così.
La questione etimologica è assai controversa.
Anche quando qualche autore pone l’ipotesi del
verbo tangir ( toccare ), è nel senso
però di toccare, suonare uno strumento. Che
delusione!
E’ semiseria, perché a me piace la trasgressione.
La trasgressione crea cambiamento, rimescola le carte,
rinnova la cultura. Il comportamento trasgressivo
è proprio del soggetto creativo. Per natura
il soggetto creativo va contro le regole. Non esiste
la regola che recita più o meno: non guardare,
a maggior ragione non toccare, abbracciare, la donna
( o l’uomo ) d’altri? E l’altra:
che le signore non mostrano le cosce, figurarsi le
calze autoreggenti ? che non abbracciano con le gambe
le reni di uno sconosciuto, in pubblico naturalmente
e stando in piedi, posizione considerata scomoda ?
Certo che esistono queste regole. Alcune giovani donne
hanno riferito lo sconcerto provato al loro primo
ingresso nella milonga, sconcerto a poco a poco superato
man mano che la musica entrava nelle vene e si diffondeva
dalla testa ai piedi. Ascoltare queste storie è
stato entusiasmante.
Ecco perché è semiseria, questa indagine.
Parto con ipotesi emotivamente ancorate al mio vissuto,
mi salva tuttavia la consapevolezza che voglio giocare.
So che il campione sarà minimo a fronte dell’universo
sempre più smisurato di neofiti ballerini,
che a fronte di risorse economiche che occorrerebbero
potrò contare soltanto su pochi amici.
Eppure a metà sarà seria. Quando il
campione è minimo, si chiama ricerca pilota:
questo limite dichiarato conferisce serietà.
Sarà seria, perché seguirò un
metodo, presentato più avanti, di tutto rispetto.
Non preoccupatevi sarà in APPENDICE
. Non voglio tediare il lettore che vuole solo divertirsi
e dare invece a chi non teme la lettura la possibilità
di approfondire e sapere come si è svolta esattamente
la prima fase, quella più importante, che ha
permesso di definire lo strumento per l’indagine:
il questionario.
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