La nota sul romanzo con copertina.
 
La febbre che si accompagna a sogni, memorie e tenui deliri gli consentiva....
 
Racconto erotico
 
La professoressa Rosamaria Astolfi dà al preside Guerriero tutto il tempo di cui ha bisogno
 
Non sarà l'atmosfera? Questa campagna è magica.
 
Cerca nel web
 
 
Narrare se stessi
di Maurizio Mazzotta

La sta osservando come non gli è mai accaduto di osservare una donna. Le mani al volante, il profilo della testa; i capelli che modellano la nuca gli richiamano alla mente un'immagine viva nella memoria. La copertina di una rivista scientifica: era una testa di profilo, di giovane donna dai lineamenti delicati; la nuca, anzi tutta la testa sino alla fronte, proprio come questa di Rosamaria, era rappresentata in trasparenza sicché si vedeva, meglio si intravedeva - tanto il segno era sottile - la massa cerebrale. Non disturbava; era emblematica e commovente perché dallo sfondo, anch'essa accennata, affiorava una scena dei primordi dell'umanità: due scimmie impressionate dall'incendio della foresta. Immagine che evocava il meglio dell'uomo. Se l’essere umano ha percorso tanta strada è per la forza di questa nuca, delicata, di questa testa, di questo volto morbido e fine.
E’ lui che comincia a parlare. Parlare di sé. Ma non per compiacimento, egocentrismo o altro. Per bisogno improvviso e incontrollabile. E alla fine si sorprende che in tre quarti d'ora un uomo possa raccontare la sua vita. Il vantaggio dei percorsi in auto, interminabili nell'ora serale prima della chiusura dei negozi! Sia pure un distillato di vita. Come esso possa essere condensato in poche frasi spontanee in un momento di abbandonata ricerca alla presenza di una persona che si sente amica. Non ricorda come e perché ha cominciato. Che si sia accorta che la stava osservando? Ha cominciato chiedendo qualcosa che adesso non ricorda. A un certo punto si è messo a parlare.
Narrare se stessi può essere un guardarsi allo specchio per deprimersi o esaltarsi, un’esibizione di misfatti o buone azioni. Può essere una ricerca sincera dei motivi dell’agire nel tentativo di realizzare quel “conosci te stesso” che pare una chimera. Esigenza di scambio nell'amicizia - amicizia o altro? - al suo nascere. Giovanni ha questa sensazione: due persone sedute, l'una al fianco dell'altra, il tempo che hanno davanti si dilata e sprofonda all'infinito; uno dei due che ha più urgenza, o perché più consapevole del momento e della presenza, forte, dell'altro, dell'aver scelto di sedersi al suo fianco, comincia e allenta i cordoni della sua bisaccia: è dono, è anche invito. Nell'altro che ascolta si maturerà la stessa esigenza. Attenderà paziente il suo turno. Non c'è più il tempo tra i due a scandire ritmi; può accadere in un qualsiasi momento, in altro sito. I due, di nuovo, appoggiando gli omeri per annunciare il contatto, riprendono il parlare interrotto: è il turno di chi ha ascoltato in precedenza. Non necessariamente. Questi scambi sono frammenti di incontri, accadono tra persone senza che ci sia null'altro in comune, né l'età, né il sesso, né la cultura. Lui immagina dei piccoli globi vaganti in uno spazio illimitato, senza senso, che al contatto si accendono e diventano trasparenti. E' allora che l'andare senza meta e lo spazio stesso assumono un significato. La coppia di piccoli globi illuminati d'incanto ha una direzione. Sono attimi. Poi si allontanano, e ritornano nel vortice spento. La condizione del nostro vivere, intuisce Giovanni, ma accade che l’uomo si opponga. Giovanni non rifiuta che sia il caso a determinare l'incontro, quello che non accetta è l'ineluttabilità del frammento d'incontro. Allora vuole adoperarsi perché l'incontro perduri. Dipende dalla risoluzione a perseguire un fine, a dare un senso. La natura del globo s’impenna, ha una mutazione. La divergenza, espressione della fuga suicida, si tramuta nella convergenza, e i due piccoli globi trasparenti continuano ad andare l'uno a fianco dell'altro.
Ha raccontato di sé senza la voglia consapevole di impressionare, senza giocare accompagnando d'ironia gli eventi più drammatici: bisogno di scandalizzare più che trasgredire. Ha attenuato frasi, le ha rese autentiche. Ha detto parole senza mediare il suo pensiero, con la naturalezza con la quale avrebbe parlato a se stesso. Ha semplificato la sua esistenza, né enfasi né mistificazione. Ha riferito di sé l'essenziale filtrando la sua storia.
Giovanni Guerriero conclude che Rosamaria ha scavato montagne di scetticismo, di coperture, di falsi bisogni, cumuli di inerzia. Ha portato alla luce lieviti sepolti. Sente gratitudine per il significato recuperato. Il cambiamento dapprima produce ansia; una volta in atto si autoalimenta. Può essere un piccolo passo e già è propellente per il secondo che produce una trasformazione più vistosa. Allentare i freni, lasciarsi andare; nutrire la propria forza inebria.
Guerriero crea spazi; compiti, incombenze, inviti, li riduce, li rifiuta addirittura per accumulare ore per il lavoro al progetto di Rosamaria. Lavorano insieme. Tra l'insegnante e il preside nasce un'amicizia sull'onda dell'entusiasmo e dell'impegno intellettuale. Dal momento che gli obblighi per un preside, pure se cacciati, tornano e bussano con insistenza, sicché spesso gli diventa impossibile sottrarsi ad essi, Guerriero va a casa della professoressa Astolfi anche dopo cena. Per lavorare. E fanno tardi, si stancano, sono soddisfatti.
Ed è lei che parla questa volta, ma non di sé, non se la sente, del loro lavoro, di questo stare insieme e produrre.
- Lavorando a questo progetto mi vengono tante domande sull'insegnamento, sull'educazione. Sul perché una persona sceglie di insegnare. Su come la gente considera l'insegnante e l'insegnamento. Mi sembra che i concetti espressi da parole come insegnante, insegnamento, educazione, insomma questi concetti abbiano alle spalle contraddizioni conflitti paradossi tra i più sensazionali ma allo stesso tempo tra i più sotterranei. Sono incoerenze che abbiamo imparato a dribblare ma in quei momenti, quando si presentano, la loro evidenza è tale che ci stupisce. L'insegnante vuol modificare l'altro intenzionalmente. Questo mi spaventa. So che è così, che anzi chi lo nega è più pericoloso, mistifica la realtà dell'insegnamento e dell'educazione. So che educare è necessario e non può che essere intenzionale. Forse allora il rifiuto, la resistenza verso la scuola deriva proprio da questo? Si riconosce carattere di necessità ma si resiste, si rifiuta tutto ciò, uomini e ambienti, che ci hanno indirizzato, modificato, reso quello che siamo. Sorge un impulso: cambiare mestiere. Mi fa paura, non mi piace più. Poi pensando a quello che stiamo scrivendo, a questo lavoro, mi convinco che forse siamo sulla strada giusta. Puntare in primo luogo all'accettazione di noi stessi, degli altri. Insomma un'educazione che migliori il nostro modo di stare con noi stessi e con gli altri, tutto il nostro mondo di relazioni. Significa dare coscienza di sé a bambini e ragazzi. Avvertire i giovani che dare un senso alla vita: comunicare, lo scambio, dare e ricevere, correre rischi, avere coraggio, dubbi e perplessità… dare un senso alla vita significa partire da un'accettazione di ciò che ci accade.
- Che senso ha insegnare l'algebra e la sintassi se non edu-chiamo prima a produrre una propria storia personale improntata all'autonomia di pensiero, alla capacità di mettersi in discussione, di tollerare il confronto? Produrre una proprio storia personale. Sentirsi uguali nella divergenza, nella diversità, nelle manifestazioni a volte oppositive, senza che ciò incida sulla consapevolezza che tutti noi abbiamo sensazioni, emozioni, pensieri, che ciascuno di noi è in grado di esprimere e che cia-scuno di noi è in grado e vuole comunicare. -
Anche nelle pause, quando si spostano gli occhiali e si passa la mano sulla fronte e Rosamaria discorre argomenta medita ad alta voce e parla, parla, Giovanni, Guerriero, il professore, il preside continuano a stare uniti, non un’unica persona, restano separati ma serrati ad osservare questa donna che sa cosa fare, dove vuole andare, e non sanno se compiacersi di starle accanto per le cose che dice oppure commuoversi perché lei, Rosamaria, Astolfi, la professoressa, è una donna che ha questo volto, questi gesti, queste espressioni, gli occhi che ridono, i riccioli che scappano.

 
 
 
Scrivere a:
Maurizio Mazzotta
Elisiana Massafra
 
 
 
Sei il visitatore n°