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La nota sul romanzo con copertina. |
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La sta osservando come non gli è mai accaduto di osservare una donna. |
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febbre che si accompagna a sogni, memorie e tenui deliri gli
consentiva.... |
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La mano tenera e nervosa risponde alla stretta e riempie la mano di Giovanni
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Non sarà l'atmosfera? Questa campagna è magica. |
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La sveglia sul comodino
di Maurizio Mazzotta |
ATTENZIONE RACCONTO EROTICO!!
- Facciamo il gioco dell'oggetto e del pieno
possesso?-
- Il gioco dell'oggetto e...?-
- Sì, è il titolo del gioco. Gioco dell'oggetto
e del pieno possesso. Pieno possesso si riferisce all'oggetto
in quanto esso, con la sua fisicità, l'inerzia, permette
il pieno possesso.-
- E com'è questo gioco?- chiese Ornella, tentando
di ricongiungere i lembi della camicetta.
- No no sta’ ferma. Tu sei un oggetto, non pensi,
non agisci. E' la regola. Non pensi, non agisci, non gioisci,
non hai sensazioni né percezioni né moti, piacere disappunto
accettazione rifiuto, nulla di tutto questo, assenza totale.
Ti concedo il respiro, non posso evitarlo, altrimenti forse
non ci sarebbe il gioco...Gioco dell'oggetto e del pieno
possesso. Ti va?-
Sorrise tentata e lui: - Da questo momento il
tuo stato è l'inerzia.-
- Non ho ancora deciso...-
- Ssss! L'oggetto non decide. L'oggetto è nelle
mani di chi lo manipola...-
Marco riprese a sbottonare la camicetta.
Era stato nell'ultima riunione del consiglio
di classe, convocato per discutere un evento critico, che
Marco si era accorto di lei. Avevano sorriso di complicità
alla frase della collega, di Lettere e del Nord, che stava
riferendo sul fatto-misfatto sul quale occorreva decidere
provvedimenti disciplinari. La frase era conclusiva, probabilmente
d'effetto nelle intenzioni. La collega con eloquio forbito
ed enfasi gasmaniana, sottolineata ancora più dall'accento
milanese, si era espressa: mi tremano le vene ai polsi al
solo pensiero che mia figlia potrebbe trovarsi in una simile
classe! Marco e Ornella si erano guardati. Il commento,
con toni di pathos sofocleo, era per l'episodio accuratamente
e sapientemente riferito al fine di impressionare, riguardante
il comportamento di un alunno che aveva scritto sul diario
della compagna una frase irripetibile, che si rivelò poi
dichiarazione d'amore semplicemente esplicita. Tale pesante
dichiarazione fu contemplata, non letta, dalla preside e
da tutti i docenti quando il diario incriminato prese a
circolare sul tavolo. Era scritto: bionda beato chi ti monta
e se ti monto io beato il cazzo mio. Marco, incoraggiato
dai sorrisi di Ornella, con studiata timidezza nel rivolgersi
all'insegnante, scusa collega, aveva chiesto, mi sai dire
se non si scrivono a scuola questi versi dove e quando si
scrivono? Si era scatenato un putiferio. Parole importanti,
frasi di condanna irredimibile di certi docenti,
discorsi senza fine, nel senso che venivano interrotti.
La più grande strepitosa confusione zuffa rissa accapigliamento
docente nelle scuole romane di quegli anni che, fuori della
scuola, nelle strade, all'esterno di quel consesso di insegnanti
stantii, si avviavano ad essere di piombo. Nella scuola
si discuteva animatamente sulla parola: cazzo, sul fatto
che era stata scritta da un alunno, e sul diario di un'alunna;
si discuteva perché aveva fatto tremare i polsi di un'insegnantemadre,
come si usa dire ragazzamadre si dice pure insegnantemadre,
categoria che preoccupa per il fanatismo educativo improntato
all'integralismo amoroso; si discuteva sulla beatitudine
del cazzo. Gli anni stavano diventando di piombo anche perché
la ribellione dei giovani iniziata a scuola e per la scuola
non aveva cambiato nulla, nemmeno l'attenzione della scuola,
la qualità dell'attenzione che i giovani si aspettano dalla
scuola e dalla società. L'animazione continuò nel corridoio
e Ornella che era stata l'unica a difendere la richiesta
di Marco, spiegandola e aggiungendo del suo, l'aveva tirato
via per portarselo con la sua automobile. Lui era appiedato
e le aveva chiesto un passaggio per il ritorno.
Sai cosa mi ha infastidito in quella frase del
ragazzo? E gliel'avrei detto, sì gliel'avrei proprio detto
perché impari a produrre versi più...più puliti, si mise
a dire, mentre lei si disimpegnava dal parcheggio e già
si disorientava per quel puliti che Marco aveva
utilizzato a bella posta. Non puoi dire monta,
gli avrei detto, risulta una rima forzata con bionda.
Bionda ha il senso di un intero verso tanto è importante,
nella poesia ha un significato preciso, è il personaggio,
e allora merita una rima pulita. Bionda beato
chi ti monda. E gli avrei detto: immagina di essere
di Avellino, quindi tu vuoi dire monta ma ti esprimi
con un monda che rende giustizia a bionda.
Insomma gli avrei detto di correggere: bionda beato
chi ti monda e se ti mondo io beato il cazzo mio. Ornella
aveva riso per tutto il viaggio, commentando che a quel
modo Marco da buon insegnante avrebbe approfittato per fare
una lezione ad ampio raggio, che partiva dall'analisi del
testo poetico e arrivava a recuperare le distorsioni regionali.
L'anno scolastico era appena iniziato e avevano
parlato, di scuola e di politica, e si erano trovati d'accordo
su tutto. Marco aveva scoperto che aveva belle labbra: carnose,
senza essere grosse e appariscenti, anche il colore, rosantico.
Lo aveva invitato a pranzo per il giorno dopo che era una
domenica ed era padrona del campo, i suoi sarebbero andati
fuori. Marco aveva accettato. La domenica si era recato
da lei a piedi, tanto erano vicini, e ottobre invitava,
splendido e tiepido come sa essere a Roma, che in particolare
a Trastevere si offre a chi la ama. Il quartiere gli aveva
sgombrato la mente di quelle scorie sedimentate negli ultimi
anni e Marco aveva accettato, come non gli accadeva da tempo,
tutto quello che offrivano le vie da Santa Maria ai piedi
del Gianicolo.
Mentre Ornella preparava l'amatriciana, lui
se ne era andato in giro per la casa a scoprire mobili consolidati
dal tempo, testimoni di vite semplici. Il padre di Ornella
era operaio tipografo. Avevano ripreso a parlare di scuola
mangiando e Marco aveva sentito gratitudine per quello scampolo
di familiarità.
Vai a letto dice Ornella, io metto in ordine
in cucina. Dopo usciamo e mi offri il gelato. Si stende,
vestito, su un letto che non è il suo in una casa che sa
di nonni di un altro mondo, che qualcuno gli ha descritto
appena, eppure li vede mentre si assopisce aggirarsi discreti
per lasciare riposare l'ospite, li conosce dalle suppellettili
d'altri tempi, umili e sagge, che non turbano né sono turbate
dalla sua presenza. Ornella entra silenziosamente per prendere
qualcosa e si accosta al comodino. Ho dormito dice Marco
aprendo gli occhi. Ti ho svegliato, scusami. No, resta,
offrimi una sigaretta. Ornella gira attorno al letto e si
siede anche lei sul letto grande, matrimoniale, come un'indiana.
La casa è silenziosa e le frasi cadono nella coscienza insonnolita
come piccole pietre nell'acqua, allargando cerchi che si
sperdono in breve sulla penombra, sul fresco della casa,
sull'autunno forte, sull'odore di caffè che permane. Un
lembo della vestaglia sfugge via, lei con cura lo rimette
al suo posto, Marco intravede la pelle abbronzata e la guarda,
scivolano per distendersi e contemporaneamente lui l'avvolge,
nei pantaloni qualcuno è prigioniero e chiama per improvvisa
impazienza, i movimenti si compiono frenetici e rallentati
e dopo secondi ridono perché è entrato è uscito ed è venuto.
E meno male che è uscito, aveva sospirato Ornella e Marco
aveva riso. Quella eiaculatio precoce non lo aveva
preoccupato, era stato comunque bene nel grande letto matrimoniale,
che prima gli era apparso di spropositate dimensioni.
- Devo verificare - Con aria di anatomista il
professore Marco palpò il seno. - Devo verificare
- poi, mentre palpava il seno: - Un'ultima deroga: se hai
da chiedere qualcosa sul gioco, chiedi pure. Quando suonerò
il gong non potrai più. Sarà l'inizio del gioco, che ha
una caratteristica che lo contraddistingue da ogni altro
gioco: la irreversibilità. Deciso il gioco, avviato, non
è più un gioco e non si torna indietro.
- Mi fai paura...-
- Questa non è una domanda, e potresti accettarlo
proprio perché ti fa paura.-
- No no... senti questa... aspetta un po'...-
- Ascolta: se la regola è che tu non pensi non agisci non
gioisci, una volta accettata questa regola, dal momento
che tu sei un oggetto diventa un gioco senza regole. In
quanto sarò solo a giocare, tu non esisti. Io muoverò il
tuo corpoggetto imponendo a voce alta il mio volere. Esempio:
spostati sul lato in modo che il seno compresso si inorgoglisca
tanto ne ha ragione. Oppure modellerò il tuo corpoggetto
come uno scultore con la morbida creta. I fianchi risaltano
in questa posizione e se spostiamo la gamba appare lo splendore
dell'interno di quest'altra coscia. Ancora: trasmetterò
i miei comandi con le dita, le labbra, la lingua, i denti.-
Una pausa studiata dopo le ultime parole con
toni più morbidi e carichi di messaggi e gli occhi in quelli
di lei. Quindi suonò il gong.
Erano a casa di Marco. Aveva voluto ricambiare
l'invito e con l'occasione controllare se la seconda volta
gli sarebbe riuscito di entrare, restare, prima
di venire. Aveva la sensazione che sarebbe stato facile.
Non era un caso il gioco dell'oggetto e del pieno possesso.
Il possesso sarebbe stato pieno se avesse ignorato l'oggetto
posseduto nel senso che esso non avrebbe potuto influenzarlo
né dargli emozioni. Era un gioco; ma nuvole di tenebre stavano
trapassando Marco.
Cercò col naso l'ascella e quando la forza che
si sviluppò sotto il suo ventre divenne prepotente, penetrò
quel corpo inerte. Affondò la sua idea fissa, dura
di ferro dentro un tunnel di sicurezze. L'idea
fu ostinata, sottoposta a coazione a ripetere colpi che
gli davano la bruta coscienza che a quel modo l'oggetto
sarebbe stato in suo potere. Ma per solenne contrasto, al
contempo, Marco voleva che l'oggetto si svegliasse a testimoniare
la potenza dell'idea. Ecco, per violenza di sortilegio,
l'oggetto animarsi e rispondere con una spinta che andava
incontro all'idea quando essa affondava la sua
presenza. Sostò per contemplare, soddisfatto, il risveglio
dell'oggetto.
- Ti prego continua - disse l'oggetto.
- Tu sei un oggetto suscitato da un sonno di
profonda inerzia. Quando raggiungerai l'orgasmo sarai una
donna fatta da me.-
Era un modo, comunque corretto, di interpretare
il mito di Pigmalione che qualcuno gli aveva raccontato
in tempi remoti.
- Sì, ma adesso muoviti per favore -
- Ancora non puoi chiedere nulla. Soltanto io
so come e quando muovermi, e se voglio svegliarti col ritmo
lento e dolce o con un’ implacabile furia di colpi. Ti si
concede qualche cenno e qualche mugolio.-
- Ti prego -
- Se preghi esco, vado via -
- No no, fai come vuoi -
- Ecco la frase giusta. E io voglio questo
questo questo questo e tu grida grida grida
grida.-
Marco aveva le braccia puntate contro il materasso,
l'espressione del volto dura. Ornella, per fortuna, non
poteva vederlo, aveva gli occhi chiusi finché non lo attirò
a sé. Solo allora Marco stemperò la durezza del suo volto
cogliendo dalle labbra di lei un grido di resa.
- Ma tu chi sei: quello di domenica scorsa o
quello di pochi minuti fa?-
- Lascia perdere. Voglio sapere se hai goduto
-
- Non lo so. So che non mi è mai piaciuto così
tanto - Marco doveva sapere e insistette: - Ma come ti senti,
rilassata o ancora eccitata?-
- Forse ancora eccitata, però sono distrutta
-
- Allora non hai goduto - concluse sforzandosi
di non far trapelare la delusione. Intanto contemporaneamente
pensa che non è valsa a nulla la fatica e gli tocca ricominciare
non sa se ce la farà ne farebbe volentieri a meno ma come
è complessa la sessualità femminile me ne ero dimenticato
non basta scopare per ore mi conviene collocare la sveglia
sul comodino in modo che possa consultarla con una rapida
occhiata voglio monitorare la durata della durezza.
Ornella riconoscente sfiorava con le labbra
la sua pelle transitando per il suo corpo in largo, in lungo...
- Adesso l'oggetto sei tu, sussurrò senza alzare
la testa e poi: il pieno possesso sarà mio -.
Non disse più nulla e cominciò con una dolcezza
infinita che fiaccava muscoli nervi ossa. Marco non si oppose,
cercò di farsi oggetto, ma non poté fare a meno di avvertire
i torrenti insorgere dalle profondità del suo essere e convogliarsi
ed esplodere nella cascata del piacere.
Tutto l'autunno servì ai loro giochi, replicati,
ridefiniti in continuazione. Marco si pose l'obiettivo della
scopata illimitata. Il progetto si perfezionava tramite
il controllo delle prestazioni con la sveglia posta in posizione
strategica sul comodino. Quando si rese conto che allenava
oltre al membro anche le membra sempre più impegnate nella
eiaculatio differita, concepì che poteva coire
l'intero pomeriggio e riprendere il giorno dopo, che il
coito, per quanto lo riguardava, avrebbe potuto concludersi
al suo comando. A Ornella diceva tutto; della sveglia sul
comodino no, per un certo, tenue risveglio di sensibilità
dal momento che sapeva che la stava utilizzando. Quando
sfiorò per la prima volta i trenta minuti, al commento di
Ornella, a pezzi: sei instancabile, saranno ore, precisò
con noncuranza: ma no sarà mezz'ora, sforzandosi di trattenere
la frase: è mezz'ora ho tenuto d'occhio la sveglia.
Maurizio Mazzotta
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