La nota sul romanzo con copertina.
 
La sta osservando come non gli è mai accaduto di osservare una donna.
 
La febbre che si accompagna a sogni, memorie e tenui deliri gli consentiva....
 
La professoressa Rosamaria Astolfi dà al preside Guerriero tutto il tempo di cui ha bisogno
 
Non sarà l'atmosfera? Questa campagna è magica.
 
19:30 credo, l'orologio si è fermato da quando siamo qui
 
Vieni, avvicinati, accosta l'orecchio, devo dirti il mio nome
 
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Il luogo del sogno è una chimera anche quando il sogno si realizza
di Maurizio Mazzotta

La mano tenera e nervosa risponde alla stretta e riempie la mano di Giovanni. Ha temuto il disagio, e lo prova per un tempo assai breve, si rassicura: il luogo più idoneo per la mano di lei è la sua mano. Lei lo riconosce, si abbandona, si lascia trasci­nare come una bambina contenta di andare chissà dove, forse verso un gioco che non ha previsto.
Egli sente per la prima volta un'energia smisurata, un biso­gno di espandersi e di comprendere il mondo, di convogliarlo dentro di sé. Una mano piccola e forte accende le sue sensazioni e per prima cosa avverte di questa mano muscoli, nervi e sangue e per essi le vibrazioni del corpo, poi al di là dei corpi annusa l'aria, l'odore della campagna reso più intenso dai suoi sensi, ascolta il silenzio più carico, accoglie sulla sua pelle l'umido della sera.
- Guarda, guarda la lanterna, le cose intorno sembrano scappare tornare rincorrersi, la lanterna sveglia la voglia di gioco che hanno le pietre gli alberi noi stessi, perché gli uomini vogliono giocare e non lo sanno. Adesso ti rac­conto di mio nonno e dei suoi tori che hanno galvanizzato la mia adolescenza.-
Rosamaria si sente una bambina che sta giocando con un coetaneo straordinario. Ecco chi è veramente Giovanni Guerriero! Prova una sensazione nuovissima, il suo corpo divenire morbido come la cera al calore, le sue membra sono il torrente che stra­ripa e sembra perdere forza e invece è la violenza che si dissol­ve ma la forza rimane, la sua mente si distende nella pace col corpo e il corpo la riassorbe. Non vuole pensare, non c'è niente da pensare se non che è l'emozione più grande che abbia mai provato e si commuove come una donna che vuole tornare bambina e finalmente ci riesce.
- Ci allontanavamo da tutti. Venivamo da quest'altra parte e la casa ci nascondeva alla vista della nonna e dei contadini che le sedevano intorno sul ballatoio. Appena entravamo in questo sentiero lui cominciava a raccontarmi le sue storie. Ma adesso starò zitto perché la magia si nutre di silenzi.-
Costeggiano il muro di cinta, attraversano il frutteto, entrano sotto il pergolato. A Rosamaria sembra la casa di marza­pane delle fiabe, una casa vivente, il soffitto sono grappoli d'uva che si offrono tanto prorompono di polpa e di succhi. Giovanni scavalca il muretto, il sentiero termina contro il muro del recinto a cielo aperto del toro e a questo punto o si torna indietro o si superano le due linee di blocchi di tufi, che deli­mitano il viale, e si rientra nel cortile sul fondo per raggiun­gere la stalla del toro attraversando la vaccheria. Coi piedi sul muretto Rosamaria in alto è tentata, il grappolo più lungo le ha toccato la fronte. Aspetta, voglio assaggiarlo. Libera la mano e alza il viso e le braccia per staccarlo. Giovanni vede con emo­zione nuova il corpo di lei, in prospettiva verso l'alto. Lei è nello slancio verso la cupola verde della pergola, ha deciso di prendere un grappolo più piccolo che ha scorto nel baleno della lanterna, ma il grappolo più piccolo è in alto e la lanterna che Giovanni solleva per farle luce illumina la pelle del suo ventre. La camicetta è uscita fuori dalla gonna, si è accorciata si è staccata dal corpo e lascia scoperto l'addome asciutto là dove si scapriccia l'ombelico. Giovanni ipotizza soltanto il contatto come un timido adolescente e soffre da adulto all'ipotesi; l'emozione galoppa nell'intimo e lui inspie­gabilmente si ostina a frenarla per non correre il rischio di deprivarsi di una favola bella alla pari di quella del nonno. Caccia via la strega delle sue fantasie, pur riconoscendo che il corpo di Rosamaria è altrettanto voluttuoso. Lei scende dal muretto e sorride mentre assaggia i chicchi. Sono dolcissimi, ne vuoi? Il volto, pensa Giovanni osservandone i lineamenti, è di una tenerezza terrena, e questo pensiero è struggente e si tra­sforma in una sensazione che corre stropicciando la pelle. Questo è il recinto aperto del toro, la stalla è vicina, ci si arriva attraverso la vaccheria. Rosamaria gli offre la mano e l'aggancia alla sua con dita svelte e tenaci e la trova calda. Forse il contrasto col grappolo fresco? Un tepore che la stordisce, e chiude gli occhi; lascia dietro di sé la disinvoltura, la spi­gliatezza un tantino fiera del gesto di prendersi il grappolo e di staccare il primo chicco col morso e ritorna bambina o alunna, quello che prova non di rado quando lavorano insieme. La trascina verso la stalla del toro allo stesso modo di come si dice ai bambini vieni ti mostro il posto dove si avverano i sogni e lei ci crede, non "vuole" credere, ci crede e basta con innocenza e impeto. Una strana bambina che si ritrova risucchiata nei domini della donna quando Giovanni le rivolge lo sguardo. Nel ristorante a Santa Maria, la prima sera ha provato sensazioni affatto diver­se dai primi giorni a scuola, l'autunno scorso. Allora Giovanni esprimeva uno sguardo dal quale sembrava doversi difendere poi aveva intuito in lui la presenza forte di qualcosa di intatto. Nell'atmosfera della masseria e della casa, lavorando, più volte era stata distratta dai suoi occhi e dalla dolcezza che trasuda­vano. In quei momenti si è ricordata del suo corpo. Questa sensa­zione quasi violenta Rosamaria la prova adesso che è scesa dal muretto, il corpo le dà violenti strattoni, lei continua a strin­gere la mano calda. Gli occhi di Giovanni sono laghi oscuri da non temere, danno certezze di tesori nel fondo. Trattiene con un breve strappo il braccio di Giovanni. Siamo arrivati annuncia lui aprendo la porta della vaccheria. Non mi importa ho già capito tutto, dice lei offrendosi. E' così che Giovanni raccoglie tra le dita il volto di Rosamaria, sfiora i suoi occhi, che lei mantiene aperti per entrare nei suoi, sfiora la curva del naso, le labbra, poi se ne va dietro a raccogliere la nuca. Nella sua mano c'è una realtà vera, proiezione di sogni remoti che gli eventi hanno prodotto concretamente. La memoria di Giovanni corre impazzita scartando confronti, ciò che gli viene in mente non è altro che lei lei stessa un paradosso! lei è presente viva trepidante e la memoria di lui corre a raccattare svegliare convogliare i momen­ti in cui lei lo ha fatto sognare. Inaudito! la confronta con lei stessa: il profilo della nuca quando una sera in automobile i capelli aderivano schiacciati dal risvolto del cappotto il suo incedere nei corridoi della scuola il suo corpo sotto la pergola i sogni di ragazzo. Il confronto se confronto si impone è con la fanciulla immaginata proprio lì alla masseria. La memoria si frantuma e si disperde ubriacato il cervello dalle sensazioni tattili visive. E Giovanni sente il suo fiume gonfiarsi ed è assente quell'angoscia di sempre: il fiume si gonfia le sponde lo trattengono appena un dolore tranquillo. Scorre con la certezza di essere vicino al suo mare. Si accosta per baciarla col bacio più tenero che abbia mai dato.
Rosamaria non vede la stalla questa sera. Dove si dimostra che il luogo del sogno è una chimera anche quando il sogno si realizza.

Maurizio Mazzotta

 
 
 
Scrivere a:
Maurizio Mazzotta
Elisiana Massafra
 
 
 
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